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Abbiamo perso tutti i punti di riferimento / We lost all the landmarks

"Aspettiamo che finisca il terremoto", un foto racconto di Valentina Renzi

Ciò, che ethos gavìo vialtri?

Volevo anche informarmi un po’ sul loro ethos, ma naturalmente c’è lo svantaggio che in dialetto un termine così è sconosciuto. Non si può domandare: «Ciò, che ethos gavìo vialtri?». Non è che manchi una parola per caso, per una svista dei nostri progenitori che hanno fabbricato il dialetto. Tu puoi voltarlo e girarlo, quel concetto lì, volendolo dire in dialetto, non troverai mai un modo di dirlo che non significhi qualcosa di molto diverso; anzi mi viene in mente che la deficienza non sta nel dialetto ma proprio nell’ethos, che è una gran bella parola per fare dei discorsi profondi, ma cosa voglia dire di preciso non si sa, e forse la sua funzione è proprio questa, di non dir niente, ma in modo profondo.

Luigi Meneghello, I piccoli maestri  (prima edizione Feltrinelli 1964; Rizzoli 1998, p. 72)

Luigi Meneghello


Meneghello, parole di un “piccolo maestro” (Treccani, Lingua italiana)

Luigi Meneghello

"Che abbiamo guardato il mare dai finestrini dei treni"

U n’e’ savrà niséun

Ch’avémm tòcch al strèdi si pii
chi andeva aligar
u n’e’ savrà niséun.
Ch’avémm guardè e’ mèr
da e’ finistéin di trèni,
ch’avémm respiré
l’aria ch’la s pòza
sal scaràni di bar,
u n’e’ savrà niséun.
A sémm stè
sla teraza dla véta
fintènt ch’l’è arivàt ch’i élt.

Non lo saprà nessuno

Che abbiamo vissuto, / che abbiamo toccato le strade coi piedi, / che andavamo allegri, / non lo saprà nessuno. / Che abbiamo guardato il mare / dai finestrini dei treni, / che abbiamo respirato / l’aria che si posa / sulle sedie dei bar, / non lo saprà nessuno. / Siamo stati / sulla terrazza della vita / fintanto che sono arrivati gli altri.

Nino Pedretti, Al vòusi e altre poesie in dialetto romagnolo (Einaudi 2007, p. 167)

via Paolo Nori

Nino Pedretti su Dialetto.org

non si tratta solo di traduzioni

tradurre

Tradurre può sembrare un lavoro facile. Basta conoscere bene due lingue – e, all’occorrenza, saper usare un buon vocabolario. Ma la cosa non è così semplice. Non solo nel caso di libri, articoli, saggi, opere teatrali o cinematografiche, ma anche in infinite occasioni della vita di tutti i giorni, nel lavoro come nei rapporti personali.

[…] Tradurre non vuol dire semplicemente trasferire parole o frasi da una lingua a un’altra. Le traduzioni “letterali” non sono soltanto “brutte”, sono anche incomprensibili o devianti.

[…] Una buona ed efficace traduzione non è un pedante trasferimento “letterale” di parole da una lingua a un’altra. È una “ricostruzione” di concetti, idee, situazioni e pensieri. Deve essere “fedele” alle intenzioni e allo stile dell’autore, non all’apparente traducibilità delle parole.

[…] … non si tratta solo di traduzioni. Sono infinite le possibilità di errore o di incomprensione non solo quando si passa da una lingua a un’altra, ma anche per ogni sorta di differenze del modo di esprimersi e di percepire.

Capire le diversità non è solo un modo per risolvere, o almeno attenuare, questo problema. È anche una risorsa in sé, perché può arricchire le nostre capacità di comprensione. Non si tratta solo di correggere gli errori di prospettiva, ma anche di capire meglio osservando ogni cosa da diversi punti di vista.

Sviluppare l’intelligenza, cioè l’arte di intelligere, vuol dire anche saper imparare dagli errori, nostri e altrui. Comprese le tante ambiguità in ogni genere di “traduzioni”.

Tratto da: Giancarlo Livraghi, La stupidità delle traduzioni (luglio 2008)

Via: European School of Translation